Gabriele Uelsberg
Le nuove sculture di Günter Roth
La svolta fra Ottocento e Novecento si è manifestata, a parere di alcuni, più chiaramente nella scultura che in altri campi.
Quanto alla distinzione fra lo scolpire e il modellare, le categorie già sperimentate nell’Ottocento sono andate arricchendosi per materiali, dimensioni e movimento. Eppure, in molti artisti, anche nella scultura, la figura umana è rimasta sempre il riferimento della figurazione pur nelle forme della sua astrazione più spinta.
L’opera artistica di Günter Roth in tutte le sue tappe, fino ai lavori più recenti, evidenzia in un modo speciale l’arco delle tensioni tra la figurazione e l’astrazione, tra la composizione organica e la composizione costruttiva.
Una specifica caratteristica della sua opera consiste nell’esplorare tutta la vastità dello spettro dalla figurazione alla costruzione e nel padroneggiare i due confini estremi. E anche quando sembra muoversi in una direzione esclusiva, non è mai soltanto figurativo o soltanto costruttivo.
Da un lato le sue costruzioni sono espressione di una sua idea organica di fondo, si direbbe quasi di una condizione umana, dall’altro le sue figurine sono manifesti di una struttura geometrica e di un ritmo formale. Dimostra un particolare talento nella scelta e nel trattamento del materiale. Non impone mai alla materia la sua idea artistica, ma sviluppa dalla potenza figurativa della materia un particolare canone formale che lega i vari gruppi di opere.
Il grado di tensione tra figura e costruzione è impresso anche dal materiale adoperato, che determina il prevalere dell’una sull’altra: nell’impiego del metallo predomina l’elemento costruttivo, mentre nell’uso del legno e sopra tutto nelle figure in terracotta – come nei suoi più recenti lavori presentati qui – la figura si afferma in primo piano.
Attualmente [1991], la rappresentazione della figura è predominante. Il più recente gruppo di lavori potrebbe, a prima vista, destare meraviglia, perché Günter Roth utilizza la terracotta per la prima volta, fatta eccezione per gli esercizi accademici del periodo della sua formazione. In terracotta ci presenta sei sculture che sembra siano la stessa figura maschile, in sei variazioni. Corpi nudi, accovacciati, seduti, inginocchiati, sdraiati, mostrano differenti situazioni: l’afferrarsi, l’assaggiarsi, l’indagarsi, il tastarsi, l’essere immersi in se stessi. Uomo apparentemente dimentico di sé, quasi autistico, che penetra in sé fisicamente e spiritualmente.
A noi spettatori i gesti di questo perlustrarsi sembrano dapprima un fatto di intimità molto privata; ma, a una più attenta osservazione, risultano sinonimo di un capire infantile e di immagini primordiali dello sviluppo umano. La costruzione della figura, nelle proporzioni di testa e corpo, di superfici lisce, quasi indifferenziate, e di curvature delle membra, fa pensare più a un bambino che a un uomo. Il gesto non è un atteggiamento, è l’espressione dell’intera figura, è identico alla figura.
Ciascuna scultura, nella sua composizione chiusa, è come sviluppata da un unico blocco, quasi fosse riconducibile alla forma uovo. Le figure sono rese in modo realistico, ma sottoposte a una fortissima geometria interiore. Le pose sono assoggettate a una simmetria speculare che determina la composizione in modo che ogni parte del corpo e ogni gesto trovino un riscontro all’interno della figura.
Ogni torsione trova una corrispondenza, ogni direzione di movimento ha un suo contrappeso, così che nelle posizioni delle figure si esprime una determinatezza che le fa apparire come formate d’un sol tratto e, in un interminabile nodo, come se non fosse possibile stabilire principio e fine della composizione.
Lo stesso processo vale per l’osservazione della figura, che offre diversi punti di vista, tutti della stessa qualità. La fluente modellazione delle figure sviluppate da Roth in questi lavori è anche valore figurativo del materiale impiegato, per cui, seguendo la morbidezza della creta, le figure nascono quasi da sé.
Eppure la consapevole semplificazione delle formule figurative e la loro compattezza ermetica diventano, attraverso il loro ritmo geometrico, metafora di una condizione umana che è alla ricerca di se stessa. |