Armando Verdiglione
Intervista Günter Roth (estratto)
Dove sei nato?
In una cittadina vicino a Aquisgrana. Sono straniero.
A Aquisgrana eri pure straniero?
A scuola no.
Hai fatto gli studi in Germania: ci sono persone che hai conosciuto come importanti tra questi insegnanti? Non dico un maestro, ma qualche persona interessante per te, oppure era tutto un po’ propedeutico?
Avevo un buon maestro di scultura.
Era a sua volta scultore?
Si, era scultore alla Werkkunstschule, la scuola di arti e mestieri di Aquisgrana.
Com’è che poi tu dalla Germania hai deciso di venire in Italia in età adulta, a ventun anni?
A Parigi, la città d’arte più vicina, gli scultori che mi piacevano non insegnavano. E attraverso un amico che lavorava a Milano nello studio di Giò Ponti avevo sentito che Marino Marini insegnava all’Accademia a Milano. Non avevo nessuna speranza di essere accettato, ma partii lo stesso e riuscii a iscrivermi. Ero molto orgoglioso di me.
Sei stato nella bottega di Marino Marini?
All’Accademia di Brera.
Marino Marini per te era un maestro?
Sì, ma più una persona simpatica e un personaggio internazionale, diverso da altri professori. Nel 1956, quando sono arrivato a Milano, l’Accademia era piena di stranieri.
Erano allievi?
Sì.
Ma c’erano altri maestri nell’Accademia?
Sì, c’erano altri maestri: Francesco Messina, Luciano Minguzzi.
C’erano altri scultori in Italia che magari non insegnavano in Accademia? Giacomo Manzù insegnava?
Non insegnava più, l’ho incontrato privatamente nella sua casa.
Era già anziano?
No, ma non insegnava più. A Roma poco prima ho incontrato lo scultore Emilio Greco e il pittore Guttuso alla Villa Massimo. Ma le loro opere non mi dicevano niente.
Con Manzù come era avvenuto l’incontro?
Attraverso il suo assistente. Manzù non mi ha lasciato nessuna impressione. Non mi ha lasciato niente.
Quindi solo con Marino Marini è stato un incontro vero e proprio?
Si, solo con Marino Marini.
Quindi né con Minguzzi, né con Messina.
No.
Tu hai incontrato Lucio Fontana. Una fotografia lo testimonia in questo libro: Lucio Fontana era pittore e scultore.
Sì, andavo spesso a trovarlo e, quando ho fatto la mostra alla Galleria dell’Annunciata, è venuto a guardare i miei lavori e ne ha comprato uno.
Sì, lui faceva così con i giovani.
Mi voleva dare in cambio suoi quadri, ma io ho rifiutato. Ho detto: “Non mi piacciono”. E lui mi ha risposto: “Capisco, voi giovani avete bisogno di soldi”. E allora, per una piccola scultura in gesso, mi ha dato 60.000 lire, un prezzo eccezionale a quel tempo.
Che anno era?
1960. Adesso è nell’archivio Fontana. Fontana, però, non lo vedevo come un maestro.
Era un grande?
Era celebre. Grande, non lo so. Per gl’italiani, in ogni caso, era un mito.
Anche all’estero. E Burri l’hai incontrato?
No, non l’ho mai incontrato. A quel tempo, i colleghi allievi dell’Accademia erano curiosi di sapere da noi stranieri quali pittori italiani conoscessimo. E io rispondevo: “Emilio Vedova e Alberto Burri”. Ma per loro erano degli sconosciuti.
Alberto Burri era sicuramente un innovatore. Vedova, invece, lo conoscevi?
No, quando ho avuto l’occasione di andare a trovarlo a Venezia, ho rifiutato. Ormai, per me, non era più attuale.
Un incontro vero e proprio con un artista non c’è stato.
L’unico incontro l’ho avuto con Marino Marini. Ho lavorato un’estate per lui a Forte dei Marmi e voleva che lavorassi ogni estate per lui, ma ho rifiutato. A lui dispiaceva. Credo che gli piacesse il mio modo di sgridarlo, di contraddirlo, di discutere con lui.
Era generoso?
Con me, sì.
Com’era Milano nel secondo lustro degli anni cinquanta?
Era provinciale, ma per me, che venivo da Aquisgrana, era una grande città. Aveva fascino. Ma dal sessantotto tutto è cambiato.
Il fascino, da che cosa dipendeva?
Dalle nebbie, dall’atmosfera un po’ melanconica, dalla gente, dagl’incontri con molte persone al Giamaica: l’ho trovato molto interessante.
Alcuni artisti degli anni cinquanta, poi, sono diventati noti.
Sì, qualcuno, come Piero Manzoni, che vedevo come un collega, un amico. Per lui traducevo dall’olandese e dal tedesco alcune lettere che riceveva. Apparteneva al Gruppo Zero anche Enrico Castellani. Loro apprezzavano i miei lavori in gesso. Credo perché erano bianchi, poco mossi, monocromi, affini ai loro lavori. Poco dopo ho cambiato. Trovavo troppo “lombarde” queste espressioni.
Cosa c’era di lombardo?
Il piatto, il poco mosso. Il bianco nebbia, il grigio e il giallo, quello delle case lombarde. Sei rimasto sempre collegato con Brera? 1960. St. Margarethen, Austria Ogni tanto andavo a trovare Marino Marini, ma i tempi erano cambiati, la politica si era infiltrata nell’Accademia. E, questo, Marini non l’approvava. Al suo assistente aveva detto: “Vengo a Brera solamente per Günter”.
Questo dopo il sessantotto.
No, già prima.
Quindi è stato un colloquio abbastanza lungo, se è incominciato nel cinquantasei e è andato avanti dopo il sessantotto.
Non so dopo il sessantotto, ma certamente negli anni sessanta: non so se Marini fosse ancora a Brera nel sessantotto, già prima si manifestavano queste cose, e da lì veniva anche questo isolamento, non ci s’incontrava più come una volta.
Quindi, negli anni cinquanta e agli inizi degli anni sessanta, avvenivano ancora gl’incontri fra gli artisti. Dopo il sessantotto, man mano questi incontri sono venuti meno e ciascun artista è andato avanti per conto suo, e questo aspetto si è acuito sempre di più. Negli anni cinquanta, c’era l’epoca dell’informale.
Sì, era preferito l’informale: al principio si faceva ancora la figura, poi, però, l’informale sembrava più d’avanguardia.
Tu non hai partecipato a questo informale perché le tue cose avevano una forma ben precisa.
Sì, ma non erano più figurative.
Non erano figurative. Ma interveniva la figura, interveniva la forma.
Nella scultura è difficile essere informali: in pittura si può essere informali e addirittura caotici, ma i margini del quadro, le coordinate verticali e orizzontali contengono sempre il quadro e lo tranquillizzano. E questo non è possibile nella scultura, perché è limitata dalla sua silhouette. E, se questa è molto mossa, allora l’immagine risulta inquieta.
Tu hai fatto alcune mostre.
Ho fatto mostre collettive alla Galleria del Grattacielo, che oggi non c’è più. Poi una mostra personale alla Galleria dell’Annunciata. Questa è stata la mia mostra più importante, negli anni sessanta.
Nel sessanta perché, poi, nel settanta ci sarà quella alla Galleria Schubert.
Nel settantaquattro, molto più tardi.
Però ogni tanto, periodicamente, tornavi in Germania, facevi sempre un confronto.
Non tornavo in Germania.
Neanche a visitare Aquisgrana, Colonia, Düsseldorf?
Raramente. Andavo per i genitori. Ma non avevo contatto con nessuna città artistica. E la Germania non m’interessava. In Renania si è più rivolti verso Parigi culturalmente, che è più vicina a Berlino. Poi, con la mentalità prussiana, non mi sono mai trovato a casa in Germania. In Renania sì.
Allora a Parigi andavi periodicamente?
No. Anche lì poche volte. Non avevo contatti.
Andavi a visitare qualche galleria, qualche mostra?
Andavo a visitare alcune gallerie, alcuni musei.
A parte l’ambiente artistico, a Milano c’era anche un ambiente culturale prima del sessantotto.
A quel tempo, era tutto nuovo per me, dovevo conoscere. Poi, lentamente, ho incominciato a setacciare, a scegliere, a buttare.
Per quanto riguarda, invece, incontri con mercanti, non hai avuto un incontro vero e proprio. Erano incontri un po’ episodici.
Erano i galleristi i mercanti. Avevo la Galleria dell’Annunciata, la Galleria del Grattacielo, la Galleria del Naviglio. Quando ho fatto la mostra nel sessanta alla Galleria dell’Annunciata, il fatto sensazionale era che Carlo Cardazzo della Galleria del Naviglio fosse andato a visitare la Galleria dell’Annunciata per comperare due lavori miei. Cardazzo mi fece chiamare e mi chiese se poteva venire da me in studio. Ma ho detto di no, perché avevo già cambiato tutto. Lui ha dovuto accettarlo.
Hai conosciuto anche Milena Milani? Ha lavorato per Cardazzo per un certo periodo.
Si, ma non l’ho notata. Io, a quel tempo, ero molto selettivo, sbrigativo e anche prepotente.
Negli anni sessanta, l’epoca della pop art si sentiva anche a Milano, ma non in modo particolare.
Io mi ero già messo da parte. Non ci ho fatto molto caso. Per pop art, a che cosa ti riferisci? Gli artisti pop italiani, non li ho mai considerati, erano condizionati dalla corrente americana e basta. [...]
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